Le app hanno radicalmente modificato il modo in cui ci rapportiamo al mondo esterno. Siamo condizionati da decine e decine di applicazioni senza le quali la vita ci sembra un inferno o comunque una impresa estremamente difficile. Queste estensioni digitali di noi hanno reso semplici e banali quasi tutte le operazioni quotidiane, anche le più stupide e routinarie, perfino quelle che fino a qualche anno era impensabile realizzare con un dispositivo esterno al proprio organismo.
Fra queste, forse la più importante, utile, per certi versi direi imprescindibile per noi viaggiatori, è la geolocalizzazione. Ovvero la proiezione dei dati GPS su una mappa digitale. L’uovo di Colombo, per certi versi, che rende le mappe geografiche comprensibili, interpretabili e soprattutto utilizzabili anche da chi non ha la minima idea di cosa sia la longitudine e la latitudine. Le mappe di Google Maps, Bing o OpenStreetMap sono ormai lo strumento indispensabile non solo per affrontare spostamenti in luoghi sconosciuti, ma addirittura per raggiungere la più vicina edicola o farmacia, o per capire come evitare il traffico, o per sapere dove andare a mangiare la sera.
Per chi viaggia, questi tool sono entrati a pieno titolo nello zainetto degli attrezzi indispensabili, insieme a passaporto, sandali, macchina fotografica e medicinali anti-diarrea. Impossibile pensare di farne a meno, che si tratti di visitare il Tibet o la più vicina Forlinpopoli. A maggior ragione quando bisogna accollarsi un viaggio di 15 giorni in auto in Giordania. Ebbene, è proprio laggiù che l’applicazione più fidata di tutti, quella su cui riponevo il massimo delle aspettative, alla quale affidavo la scelta di ogni minimo trasferimento, ecco, è stata proprio lei che mi ha tradito!
Sto parlando di Google Maps, tanto per chiarire. Che, installata sul mio smartphone, mi ha efficacemente guidato attraverso il paese mediorientale per tutto il viaggio, tranne che in una sola occasione, in cui ha clamorosamente “toppato”. E in quell’unico caso poteva davvero finire in tragedia… Racconto la mia esperienza allo scopo di mettere in guardia dall’eccessiva fiducia che riponiamo nelle nostre app, specie quando affidiamo loro beni preziosi come la salute o la nostra vita!
Ecco come è andata. La seconda tappa del nostro viaggio riguardava Jerash. Qui avevamo preso l’albergo appositamente fuori dalla cittadina, sulle colline antistanti: un posto che sembrava anche ben collegato, almeno sulla mappa, e quindi ideale per gestire un soggiorno interamente focalizzato sulla visita del sito archeologico.
Arrivati in zona, ci siamo subito accorti che l’alloggio non era proprio a portata di mano. Una lunga e sinuosa striscia di strada, in salita, si inerpicava su un lato di una collinetta davanti a noi. Nessuna indicazione, solo un cartello stradale che indicava una località di secondo piano. Ma perché preoccuparsi, in fin dei conti? Avevamo con noi il nostro fidatissimo Google Maps. Abbiamo inserito le coordinate del nostro albergo ed ecco che è apparso l’itinerario più breve per raggiungere la meta. Il più breve, si badi bene, non il migliore. Perché alla fine è proprio questo il nocciolo della questione: Google Maps, per default, tende a tracciare il percorso che giudica più breve, una scorciatoia, ovvero un insieme di vie che in realtà sono strade secondarie, vicoli sconosciuti perfino agli autoctoni e alle volte perfino sentieri di campagna che si perdono nel nulla.
Noi, ignari di tutto ciò, ci siamo spensieratamente affidati al nostro navigatore e abbiamo seguito le sue istruzioni. Che ci hanno portato, dopo un paio di svolte, nei pressi di un caseggiato aggirato il quale si arrivava al nostro albergo. La voce atona del navigatore ha scandito la direzione: fra 50 metri girare a sinistra. Ma a sinistra la strada diventava una salita da gran premio della montagna, stretta e piena di buche, appena transitabile da un’auto media come la nostra. Fidandomi dell’insindacabile giudizio di Google Maps ho preso il viottolo sperando di trovare, alla fine, un incrocio più agevole; mi sono accorto – purtroppo troppo tardi – che mi ero appena infilato in una strada senza uscita, con un muretto sulla destra e un fosso di qualche metro sulla sinitra. Davanti a me c’era un trattore parcheggiato di traverso; più oltre la strada sembrava perdersi dietro un cancello di una abitazione privata.
Non c’era via di scampo: avanti non si poteva andare. Bisognava tornare indietro. Sì, ma come? L’auto si trovava nel punto più ripido della salita: solo il freno a mano la teneva ferma al suo posto. Inserire la retromarcia, con quella pendenza, sarebbe stato un suicidio. Ho provato quindi a farla andare giù in folle, agendo sul pedale del freno e muovendomi di pochi centimetri alla volta, ma ben presto ho perso di vista la direzione che stavo prendendo e mi sono ritrovato vicinissimo ad un muretto. Ho bloccato tutto e, pensando di rifare la manovra in modo più corretto, ho ingranato la D (era una macchina con cambio automatico) per riportare l’auto in una posizione più congrua…
Ma è stato proprio allora che è successo il finimondo. L’auto ha iniziato a slittare, e più davo gas più perdeva la presa sulla strada, iniziando a ondulare da destra a sinistra in modo davvero sinistro. Mia moglie, che era uscita per darmi indicazioni sulla direzione da prendere, era letteralmente terrorizzata, non riuscita a proferire parola. Ad un certo punto ho realizzato che se avessi continuato, alla prossima slittata sarei precipitato nel baratro che avevo alla mia sinistra. Dovevo per forza lasciare andare la macchina dalla parte opposta, ovvero verso il muretto, possibilmente appoggiandomi su di esso allo scopo di fermare quella danza infernale.
E così sono andato deliberatamente contro il muretto, procurando il danno che si vede chiaramente nella foto di questo post. Ma almeno mi ero allontanato dall’altro lato della strada, quello decisamente più pericoloso. Adesso, bloccata la macchina, potevo pianificare con meno ansia la discesa in retromarcia verso aree più sicure. E l’ho fatto piano piano, strisciando un altro paio di volte la carrozzeria contro la pietra ma tenendomi sempre a debita distanza dal fosso alla mia sinistra. E finalmente, dopo un quarto d’ora di sofferenza e di imprecazioni senza fine, ho riportato l’auto sulla strada principale.
Morale della favola. La strada da prendere “dopo 50 metri” non era quel vicolo senza uscita ma la successiva, che non era però a 50 metri ma ben oltre, almeno 150 metri o forse di più. Un errore di valutazione delle distanze relative che si può giustificare solo con l’improvvisa perdita del segnale GPS o comunque un suo affievolirsi temporaneo. Una brutta avventura, in definitiva, che mi ha fatto sudare le proverbiali sette camicie e mi ha procurato un paio di notti insonni, pensando al danno che avevo procurato all’auto (che però era assicurata…).