Il tempio di Hatshepsut, la regina che volle farsi faraone

Il tempio di Hatshepsut è probabilmente il monumento che resterà più impresso di un viaggio in Egitto. Davanti a noi, infatti, si erge una imponente parete calcarea alta centinaia di metri, una specie di anfiteatro naturale che avvolge, incastronato proprio alla sua base, una costruzione larga e piatta, così diversa da tutti i monumenti egizi visti finora. Si tratta del Djeser-Djeseru, ovvero il “Santo dei santi”, meglio conosciuto come Tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari.

Questo complesso non è solo una meraviglia ingegneristica, ma il manifesto politico in pietra di una delle figure più straordinarie e controverse della storia egizia: la donna che osò farsi faraone. Hatshepsut governò l’Egitto durante la XVIII dinastia in quanto genitore e reggente del legittimo faraone, ovvero Thutmose III. Ma anzichè limitarsi ad una gestione occulta, discreta, dietro le quinte, ruolo generalmente svolto da tutte le altre mamme-tutrici che l’avevano preceduta, Hatshepsut assunse gradualmente tutti i titoli formali di faraone, adottando persino gli attributi maschili tradizionali, come la barbetta finta e il gonnellino.

Il tempio funerario che vediamo oggi è il risultato di questa grande ambizione: un edificio fuori dal tempo e soprattutto fuori da ogni regola architettonica e religiosa conosciuta fino ad allora. L’artefice è un architetto di cui sappiamo il nome: Senenmut, probabilmente l’amante della regina – ma questo dettaglio può essere il risultato della “damnatio memoria” di cui Hatshepsut fu vittima dopo la morte.

Il tempio colpirà subito noi italiani perché sembra assomigliare, in modo impressionante, all’architettura “razionalista” del periodo fascista. Si sviluppa infatti su tre enormi terrazze sovrapposte, collegate da una monumentale rampa centrale e sostenute da colonnati incredibilmente moderni che ricordano i monumenti del trentennio. La prima piattaforma oggi appare spoglia, ma un tempo ospitava un giardino lussureggiante, alimentato da canali ricchi d’acqua. La terrazza intermedia, la meglio conservata, contiene un’infinità di rilievi che i turisti, a causa dei tempi generalmente limitati cui sono soggette le visite, vedono appena (e comprendono anche meno). La terrazza superiore, cioè il livello sacro del tempio, un tempo era caratterizzato da gigantesche statue di Osiride che facevano la guardia all’ingresso del sancta sanctorum, scavato direttamente nella roccia viva.

Nel 2012 fummo condotti con un piccolo autobus all’area del complesso con il Centro visitatori principale. Davanti a noi, in lontananza, si ergeva, magnifico, il tempio, ma sembrava estremamente lontano – quanto meno troppo lontano per raggiungerlo a piedi. Niente paura. Ci siamo accorti subito che accanto, in un enorme parcheggio assolato, si crogiolavano al sole decine di trenini, tutti desolatamente vuoti. Erano i cosiddetti “Taf Taf”, piccoli mezzi elettrici che permettono ai turisti di coprire il chilometro scarso che li separa dal tempio senza dover rischiare l’insolazione.

La visita al tempio si svolse senza eccessiva fretta, a differenza di quanto capita oggi. A quell’epoca, qualche mese dopo la “rivoluzione araba” che aveva mandato a casa Moubarak, i turisti stranieri latitavano. Quel giorno di giugno eravano sì e no una dozzina, provenienti da due navi diverse. Probabilmente sono stato uno dei pochi a poter visitare il tempio, su e giù, sopra e sotto, senza affrontare le inevitabili e fastidiose file o la ressa davanti a qualche monumento importante.

Se non si arriva con un viaggio organizzato, che include cioè anche una guida, consiglio fortemente di “noleggiarne” una sul posto. Solo così è possibile farsi un’idea di cosa rappresenti questo grandioso monumento per la storia egiziana. Ci sono decine di guide locali autorizzate, molte delle quali sono in grado di esprimersi in un ottimo italiano, che offrono i propri servizi proprio all’ingresso del Centro visitatori. Naturalmente, come è abitudine da quelle parti, occorre contrattare un poco, pattuire chiaramente un prezzo e la durata del tour prima di iniziare la visita. Ma ne varrà la pena.

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