Pensavo che fosse il Giappone la patria dei gadget, sia fisici che digitali. Mi ingannavo. E’ la Corea del Sud, piuttosto, il luogo in cui il pupazzo è presente in tutte le sue forme, declinazioni, aberrazioni. Basta camminare per strada. Non c’è angolo in cui non faccia capolino l’immagine di un essere, quasi sempre esageratamente arrotondato e invariabilmente indefinito, dai lineamenti ridotti ai minimi termini, che sfodera una espressione buffa e allo stesso tempo rassicurante. Si tratta di personaggi di fumetti, cartoni animati, o più semplicemente testimonial più o meno creati di sana pianta per pubblicizzare prodotti, negozi, ristoranti e perfino società di investimento finanziario.

Insomma, in Corea del Sud il pupazzo domina anche nei luoghi in cui forse non dovrebbe trovarsi. Come l’enorme “coso” viola che accoglie i passeggeri appena sbarcati a Incheon, l’aeroporto internazionale di Seul. Sfido chiunque a capire cosa sia… E non è il solo. Ovunque ci si giri, appaiono queste figurine tenere, paffutelle, sugli schermi digitali, sulle insegne delle indicazioni, che nelle intenzioni dovrebbero aiutarci a prendere confidenza con l’ambiente, aggiungendo un tocco di spensieratezza e futilità a mio parere piuttosto discutibile.
Questo primo (traumatico?) approccio ci fa capire che la passione per i gadget e i personaggi dei cartoni animati in Corea del Sud è ben più di una semplice moda. Siamo di fronte a un vero e proprio fenomeno culturale e commerciale che permea la società a tutti i livelli, superando barriere di età e trasformandosi in un linguaggio universale. Ed è bene che ci abituiamo in fretta, perché nel proseguo del viaggio ne vedremo delle belle.
Uno dei fenomeni “collaterali” di questa mania generalizzata sono i Inhyeong-pobi (in coreano: “estrarre una bambola”), ovvero il tipo di esercizio commerciale illustrato nella foto di copertina di questo post. A Seul sono migliaia e non passano certamente inosservati. Come si vede, il loro interno è composto da una serie di macchine per la presa del gadget, disposte in file sovrapposte per massimizzare i guadagni. Alcuni sono completamente automatizzati, non c’è personale, e sono aperti 24 ore su 24.
Il meccanismo di gioco è semplice: si inseriscono dai 500 ai 1000 won per azionare una gru e tentare di afferrare un gadget qualsiasi (una bambola, un peluche, un giocattolo di plastica) all’interno di una teca di vetro. Un divertimento un po’ da fiera provinciale, ammettiamolo, ma che coinvolge parecchi giovani e meno giovani. Un modo per passare il tempo in compagnia di amici, allegramente, tra un tentativo e l’altro, ad un costo decisamente contenuto. E pazienza se a volte bisogna stare accovacciati, per ore e ore, in attesa della presa giusta…
Eppure l’enorme diffusione degli Inhyeong-pobi a Seul sembra avere delle ragioni più profonde del semplice desiderio di perdere tempo e denaro in compagnia. Mi sono documentato e ho appreso che questo fenomeno ha addirittura un nome (cultura “Kidult”) e una spiegazione psicologica (“effetto rossetto”). La cultura Kidult (da Kid e adult) si spiega con il fatto che sempre più giovani, di fronte alle difficoltà quotidiane, cercano conforto negli oggetti e nei personaggi della loro infanzia (come i Pokemon, One-Piece o i Kakao-friends). Le macchinette sono piene di questi personaggi, e quindi fungono quasi da ponte verso i ricordi di una infanza che – a quanto pare – è giudicata felice e spensierata, o quantomeno migliore rispetto ad oggi.
L’effetto rossetto è un fenomeno che le nostre generazioni passate hanno conosciuto bene. In un periodo di stentata crescita economica e di forte disoccupazione giovanile, queste macchinette offorno un piacere rapido e a buon mercato. Lo stesso che provavano le nostre nonne quando potevano permettersi di acquistare un rossetto, e con questo accessorio rendersi più belle e ordinate. Si tratta in sostanza di un piccolo lusso e allo stesso tempo un momento di evasione senza spendere una fortuna.
Non bisogna però trascurare il rovescio della medaglia, ovvero dell’effetto dipendenza. E’ innegabile che questi giochi, all’apparenza innocui, possono provocare effetti psicologici simili al gioco d’azzardo. La speranza di vincere al prossimo tentativo spinge a continuare a giocare. E il rischio è ben presente nella cultura coreana, tanto da aver perfino coniato un temine apposito: “Tangjin-jam”, ovvero “il divertimento di sperperare tutti i propri soldi”.

I frequentatori tipici di questi locali sono ovviamente i giovani adulti, ovvero le persone tra i 18 e i 30 anni (appunto Kidult). Cercano le bambole dei personaggi che amano e vivono la sfida come un gioco divertente. Non è raro vedere gruppi di amici e coppie trascorrere del tempo insieme in questi locali. Ci sono anche negozi per famiglie, spesso collocati in prossimità di caffetterie a tema, in cui è possibile scorgere padri e madri intenti ad assistere i pargoli nei loro (spesso infruttuosi) tentativi di afferrare questo o quel pupazzo preferito. Non è raro vederci dentro anche qualche turista, per cui provare un Inhyeong-pobi è diventata un’attività caratteristica, specialmente in zone alla moda e giovanili come Hongdae.